Green Book

Hello word,

è da un po’ che non vi scrivo, anche se in queste settimane ne ho fatte di cose, lasciando in giro per i miei social quanche indizio. Di alcune ve ne parlerò prossimamente ma vi ho risparmiato il mio pensiero sul film della settimana scorsa: L’agenzia dei bugiardi. Film mediocre che francamente non mi ha lasciato niente e per cui non avevo molto da dire.

Ma questo era la settimana scorsa. Giovedì, sfidando ancora una volta l’allerta neve imminente (e ancora una volta sopravvalutata), Fede mi ha convinto a boicottare il solito cinema UCI e optare per il cinema di quartiere in cui non ero mai stato: I 2 Giardini. E’ un cinema classico, 2 sale, programmazione fatta di film accuratamente selezionati, niente pubblicità di mezz’ora prima dello spettacolo e nessun intervallo nel mezzo. E ne sono rimasto piacevolmente sorpreso una volta entrato in sala: calda, confortevole e inaspettatamente grande. Insomma dopo 7 anni passati a girare per le sale della città, ho scoperto una piccola perla proprio dietro casa. Grazie amore.

Passiamo al film.

Green Book, pellicola di Peter Farrelly e tratta da una storia vera. Storia che è caratterizzata dal razzismo ancora presente in America negli anni ’60. E’ il decennio in cui la segregazione razziale inzia a scomparire (per lo meno dalle grosse città del nord del Paese) sul piano delle leggi, grazie agli interventi dei Kennedy, ma che è ancora presente nella mentalità della popolazione.

E’ un film on the road con un duo per protagonista, la classica strana coppia, che mi ha ricordato tante altre coppie del piccolo e grande schermo, l’ultimo dei quali è quella di Quasi Amici.

Nonostante il tema, il film riesce ad essere divertente e a tratti esilarante, merito sicuramente del regista, un maestro del genere.

La coppia è composta da Don Shirley, interpretato da un magnifico Mahershala Ali, e da Tony Vallelonga, interpretato da Viggo Mortensen, anche lui perfettamente riuscito nell’interpretazione.

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Il primo è un genio del suo tempo, psicologo e musicista afro-americano. Viene apprezzato dalla società “dei bianchi” per le sue doti musicali, che è pronta a riempire le platee delle sue esibizioni ma anche, una volta sceso dal palco, a trattarlo come tutti gli altri afro-americani dell’epoca. Ma Don Shirley, data la sua natura estremamente colta e raffinata, è per certi versi discriminato anche dalla sua gente che non vede in lui un suo pari. Come lui stesso dice in un momento di sfogo a Tony, si ritrova al mondo totalmente solo, discriminato da chiunque in quanto non abbastanza nero e non abbastanza bianco.

Il suo compagno di viaggio, Tony , è un italo-americano di seconda o terza generazione ormai. Vive di una vita umile e come tanti altri italo-americani dell’epoca, è circondato da una famiglia allargata composta non solo da moglie e figli ma anche da padre, fratelli, cognati, amici e conoscenti vari. Passa la vita lavoricchiando qua e là, rischiando più volte di finire nei guai, essendo un tipo possente fisicamente e dall’indole parecchio irascibile, vicino alla malavita di New York.

I due si incontrano quando il primo decide di partire per due mesi in tournée con la sua band attraversando diversi stati. Il programma prevede che partano da New York e si spingano sempre più a sud fino ad arrivare in Luisiana per lo spettacolo finale. Don ha bisogno di un’autista personale e tra i vari candidati si affeziona particolarmente a Tony, perché sa che un uomo della sua stazza e con la sua indole potrebbe tornargli particolarmente utile in posti molto lontani da casa. Il Green Book del titolo altro non è che il titolo di una guida da viaggio dell’epoca spcificatamente per neri dove erano segnati tutti i posti, quali alberghi o ristoranti, in cui la gente di colore poteva alloggiare e mangiare. Incredibile quanta dedizione e organizzazione sia stata applicata in nome della segregazione razziale!

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La tournée non a caso si spinge così a sud, l’ha stabilita Don Shirley in persona e sperava, con i suoi spettacoli, di sensibilizzare le popolazioni locali sull’emancipazione razziale e sull’accettazione della sua gente. A fine viaggio in realtà scoprirà, anche grazie all’aiuto di Tony, che in fondo neanche lui sapeva molto della cultura e dei gusti tipici della popolazione afro-americana, poiché il suo vivere protetto in una bolla perfetta l’ha portato a isolarsi troppo da ogni cosa, anche dalle sue radici.

Tony, dal canto suo, ha subito un’altrettanta crescita nel corso del viaggio e io l’ho apprezzata moltissimo: anche lui, a inzio film, dimostra di essere restio all’integrazione razziale, chiama i neri “melanzane” con i suoi amici e dimostra un atteggiamento razzista innocuo ma presente. Nonostante questo accetterà il lavoro, un po’ per disperazione, ma sono certo che l’abbia accettato anche perché in fondo tutto questo fastidio che provava era solo una facciata. Il viaggio ovviamente cancellerà ogni traccia di questo suo atteggiamento, poiché sarà costretto a guardare con i suoi occhi ancora tante realtà presenti, tante ingiustizie che il suo compagno è costretto a subire solo perché ha una pelle di colore diverso.

Tony è un personaggio che ricorderò a lungo perché è l’esempio lampante di quella che è la mia considerazione verso le persone razziste. Per me, tra i razzisti c’è sicuramente una percentuale di gente che lo è veramente, coscientemente e che magari ne va anche fiera, gente cattiva e violenta. Ma, sono convinto, che la maggior parte di loro, quando mostra atteggiamenti razzisti, siano guidati dallo stesso sistema a cui feceva capo Tony. Un sistema che per lo più è alimentato dall’ignoranza. Il razzismo è figlia dell’ignoranza! E questo Tony l’ha imparato in 2 mesi girando per il suo Paese al fianco di Don.

Tecnicamente mi è piaciuto molto ma non sono imparziale poiché adoro le ambientazioni dell’America di quegli anni. I dialoghi sono intelligenti e fluidi, mai pomposi ma anzi realistici e adatti alle figure in campo. E’ un film che sicuramente andrebbe visto in lingua originale, già solo perché ci sono tanti personaggi che parlottano un italiano stentato e che ovviamente ridoppiandolo qui da noi rischia sempre di diventare troppo colorito, dialettale e ridicolo. Fortunamente da questo punto di vista non è un disastro, merito anche di aver affidato il doppiaggio di Tony a Pino Insegno che è ormai un veterano sul campo e riesce a gestire la cosa nel migliore dei modi. Ma so da fonti certe che visto in lingua originale è davvero spettacolare quindi appena arriva su Chili ne apporfitterò per rivederemelo.

Per concludere, è un film di due ore e mezza che scorreranno via con naturalezza, non vi peserà mai ma anzi saprà farvi divertire, emozionare e pensare. Purtroppo il razzismo è un tema ancora molto attuale, ora più che mai, e guardare Green Book aiuta a riempire il cuore e a ricordare a noi stessi che certe assurdità, certe cattiverienon devono mai più esistere.

Io vi saluto e vi rimando al prossimo post.

Stay tuned!

4 pensieri riguardo “Green Book

      1. Pelle di serpente è un gran bel film, ma non vale una scureggia di Loving. Ti manderanno in estasi entrambi, ne sono convinto. Grazie per la risposta! 🙂

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